Due romanzi allo specchio, ovvero la dittatura di tipo ideologico ("L'anno in cui fu inventato il cigno", 1996, dal romeno) versus una dittatura che si può chiamare "del destino" ("I fiumi del Sahara", 1990, dal albanese). Tra due specchi, un vicolo dove il protagonista, un essere umano che non ha nome ma non è un numero, si perde e si ritrova passo dopo passo.
“Iniziarono a manifestarsi alcuni problemi complicati. Parlavo da solo, chissà da quando, e dopo ogni parola che pronunciavo ne imparavo una nuova. Imparai la parola manifestare, la parola problemi, la parola complicati, la parola parlare, la parola chissà, il gruppo di parole da quando, il gruppo da solo, la congiunzione e, la parola dopo, la parola ogni, la parola parola, la parola così, la parola imparare, la parola nuova, il gruppo di parole gruppo di parole, la parola più e tante altre ancora e ancora. Altrimenti come avrei potuto parlare, anche se da solo? In realtà, le parole erano sempre le stesse, solo che a me sembravano diverse, completamente diverse e quindi le imparavo da capo, come se fossero realmente nuove. Aprii gli occhi, non so come, e riuscii a scorgere cinque pareti bianche, escluso il pavimento – al quale avevo voltato le spalle, visto che ero sdraiato; nella stanza c'erano cinque pareti bianche, ed era una fortuna che non fossero più di cinque, perché anche se fossero state di più, sempre pareti erano. Iniziarono a manifestarsi alcuni problemi complicati”. (…)
Lirico e visionario, ironico e
violento, il romanzo di Kyçyku ci trascina in un vorticoso susseguirsi di voci
e apparizioni, passioni divoranti e febbrili attese, in un processo di
disgregazione psichica solcato dai bagliori di un arcano erotismo.
Tra i non molti scrittori
albanesi tradotti e pubblicati in italiano, I fiumi del Sahara, romanzo breve
di Ardian-Christian Kyçyku (classe '69) rappresenta una bella sorpresa e una
promessa. Diciamo subito che non si tratta di un libro di facile lettura. Il
lettore sovente ha l'impressione di inoltrarsi in un sottobosco troppo fitto
nel quale rischia di perdersi. Come se l'autore avesse voluto dare prova di un
talento esuberante e strabordante, a volte persino ridondante. Tuttavia
l'abilità dell'autore e il suo stile personale sono innegabili. Il libro, tutto
in prima persona, racconta del ritorno del protagonista nel paesino natale
sulle rive del lago Ohrida (dove l'autore è nato). A causa di una frana che
blocca i contatti col mondo esterno, l'io narrante è costretto a fare i conti
col suo passato, travolto anche lui dalla frana dei ricordi. Attraverso un
monologo interiore ricco di immagini liriche e di invenzioni linguistiche,
incalzante, ironico e febbrile l'autore-autore fa i conti col suo passato, al
quale, evidentemente, è ancora legato. Cito qui uno dei passaggi di questo
incessante monologo interiore che mi sembra esemplificativo e più riuscito:
Mi girai dall'altra parte. Sentii i rintocchi dell'orologio. Il corridoio,
sicuramente, remava nel buio. Le quattro porte e la finestra: chiuse. Di nuovo
il rantolo dell'orologio. Si percepiva con una chiarezza soffocante. I pistoni.
Sentivo, pensa un po', anche il vicino che russava. E il coniglio che aveva
nella pancia. Sapete che il mio vicino è rimasto gravido annusando il coltello
in un ristorante e ora porta in grembo un coniglio grosso come uno sciacallo?
Sapete che il mio vicino può partorie solo con un taglio cesareo? E ora, chi lo
semina tutto questo campo nero della notte?